Di Guglielmo Bonanno
Il fascismo dei consumi ci vuole tutti uguali, ad ogni costo.
Il dibattito politico odierno si trova ad affrontare una delle fratture più profonde della storia recente: il progressivo e apparentemente inarrestabile distacco della sinistra dalle sue radici popolari e lavoratrici. Questo fenomeno non è il frutto di una casuale evoluzione dei tempi, bensì il risultato di una precisa mutazione ideologica. La sinistra ha progressivamente barattato la storica lotta contro le disuguaglianze economiche con un’agenda interamente focalizzata sui diritti civili e sulle politiche identitarie. Questo slittamento ha finito per produrre un effetto paradosso, in cui la retorica dell’inclusione e dell’anti-discriminazione si trasforma in un veicolo di omologazione culturale, finalizzato alla creazione di un pensiero unico che annulla le specificità umane, storiche e sociali. È necessario avere il coraggio di dire che i veri razzisti sono, paradossalmente, proprio i nemici delle diversità autentiche, coloro che ci vogliono tutti uguali, livellati e privi di radici o identità. Questa ossessione per la cancellazione formale di ogni differenza maschera la volontà di uniformare l’essere umano, destrutturando le comunità e cancellando le specificità culturali per ridurle a una massa indistinta di consumatori globali. Gli sfruttatori moderni non cercano più la divisione, ma l’uniformità; cercano di omologarci per consegnare alle élite un consumatore unico, prevedibile e standardizzato.
In questo scenario, le rivendicazioni della galassia LGBT e le battaglie sui massimi sistemi culturali hanno colonizzato lo spazio del dibattito interno ai partiti progressisti, saturando i canali di comunicazione e oscurando le reali priorità materiali del Paese. Chi un tempo rappresentava gli operai, i precari e i ceti meno abbienti sembra aver smarrito persino il vocabolario per parlarne. Temi centrali per la sopravvivenza quotidiana di milioni di famiglie, come la dignità del salario minimo, la sicurezza nei luoghi di lavoro, la piaga della disoccupazione e la tutela del potere d’acquisto, sono stati derubricati a questioni secondarie, se non del tutto ignorati. Questa tesi trova un riscontro preciso nelle analisi del sociologo francese Christophe Guilluy sul concetto di “maggioranza invisibile”. Guilluy descrive come le classi popolari siano state relegate a una periferia non solo geografica ma soprattutto politica, progressivamente abbandonate da una sinistra che ha scelto di rappresentare esclusivamente le istanze delle classi urbane agiate e scolarizzate. A questa riflessione si lega l’allarme profetico che Pier Paolo Pasolini lanciò già negli anni Settanta riguardo al “centralismo democratico” e al nuovo fascismo dei consumi, definendolo come un potere che impone un’omologazione culturale distruttiva, capace di cancellare le culture particolari e le identità storiche in nome di un falso progresso e di un finto spirito tollerante.
L’aspetto più stridente di questa evoluzione risiede nell’inedita convergenza tra le forze progressiste e le grandi strutture del potere finanziario sovranazionale. La sinistra si è progressivamente trasformata nella custode dell’ortodossia economica, trovando un solido terreno d’intesa con le élite della Banca Centrale Europea e con i grandi centri di potere globali. Questa dinamica è stata sviscerata dall’economista Thomas Piketty nel suo saggio Capitale e ideologia, dove introduce il concetto di “sinistra bramina”. Piketty dimostra matematicamente come i partiti progressisti abbiano completamente invertito la propria base elettorale, passando dall’essere i rappresentanti dei lavoratori con i livelli di istruzione e reddito più bassi a diventare i partiti della classe intellettuale e finanziariamente più solida. Quella che un tempo era la forza politica nata per contrastare lo strapotere del capitale è oggi percepita come il braccio culturale e politico di quegli stessi mercati, impegnata a difendere i vincoli di bilancio e le politiche di austerità che colpiscono proprio le fasce più deboli della popolazione. La conseguenza di questo riposizionamento si traduce in un vuoto democratico drammatico. Avendo abdicato al ruolo di scudo sociale per le classi lavoratrici, la sinistra ha lasciato intere periferie economiche prive di rappresentanza. La retorica del progresso cosmopolita e urbano si scontra quotidianamente con la realtà di una classe operaia impoverita e dimenticata, che assiste allo spettacolo di una politica progressista salottiera, più attenta alla forma del linguaggio che alla sostanza dei salari. Un’eguaglianza priva di giustizia economica e dignità lavorativa non è emancipazione, ma una concessione astratta utile soltanto a legittimare i privilegi delle élite e il loro progetto di omologazione globale.
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