La puzza sotto il naso e i titoli di carta: lo scivolone di Bonaccini riaccende la bufera di fine estate
Basta un’analisi sociologica uscita male per riaprire una delle ferite storiche della sinistra italiana: l’accusa di snobismo morale e culturale verso l’elettorato avversario. A finire nella bufera è Stefano Bonaccini, Europarlamentare e Presidente del Partito Democratico, le cui recenti dichiarazioni sull’analisi del voto hanno scatenato una tempestosa reazione da parte del centrodestra e dei suoi principali leader.
In un intervento rilanciato sui social, Bonaccini ha commentato la composizione del consenso politico a livello globale e nazionale, affermando che il voto per le destre — da Trump a Le Pen, passando per la Meloni, Salvini e Roberto Vannacci — arriverebbe prevalentemente da chi «ha studiato meno», da chi vive nelle periferie o nelle aree interne e da chi si trova in condizioni economiche più precarie.
Nelle intenzioni del Presidente del PD, il discorso voleva essere un’autocritica e un monito rivolto alla sinistra per spronarla a recuperare terreno tra le fasce popolari. Tuttavia, il confine tra l’analisi dei flussi elettorali e la percezione del disprezzo elitario si è rivelato sottilissimo. La lettura che ne ha dato il centrodestra è stata immediata: la solita “puzza sotto il naso” di una sinistra che considera i propri elettori “colti e intelligenti” e quelli altrui come “ignoranti da rieducare”.
A guidare il contrattacco è stata la premier Giorgia Meloni, ribadendo che la politica non deve chiedere i titoli di studio prima di ascoltare i cittadini. Durissima anche la replica di Roberto Vannacci. L’ex generale della Folgore ha accusato il dirigente dem di guardare dall’alto in basso chi lavora con le mani e si sporca di sudore, ironizzando sul fatto che a fare la lezione sia un esponente politico diplomato al scientifico che ha passato la vita nelle istituzioni di partito. Anche Matteo Salvini ed Antonio Tajani sono intervenuti a pie’ pari, ricordando che giudicare il valore delle persone — e del loro voto — dal pezzo di carta sia «da sciocchi».
La replica di Bonaccini, che ha provato a chiarire di non aver mai voluto insultare nessuno ma solo spronare il proprio campo a intercettare le fasce svantaggiate, non ha placato la polemica. Il cortocircuito, del resto, riporta a galla una vistosa contraddizione: proprio mentre la politica dibatte su lauree, ceti sociali ed egemonia culturale, vale la pena guardare quali siano davvero le credenziali accademiche di chi guida le forze politiche del nostro Paese.
Titoli di studio dei Presidenti di partito italiani
Partito Democratico (PD)
- Stefano Bonaccini (Presidente del PD): Diploma di Liceo Scientifico.
- Predecessori alla Presidenza del PD:
- Valentina Cuppi: Laurea in Filosofia e Dottorato di ricerca.
- Matteo Orfini: Diploma di Liceo Classico.
- Rosy Bindi: Laurea in Scienze Politiche.
- Gino Paoli: Diploma di Perito Aziendale.
Fratelli d’Italia (FdI)
- Giorgia Meloni (Presidente di FdI): Diploma di istruzione secondaria (Maturità linguistica).
Movimento 5 Stelle (M5S)
- Giuseppe Conte (Presidente del M5S): Laurea in Giurisprudenza.
Forza Italia (FI)
- Antonio Tajani (Presidente di FI): Laurea in Giurisprudenza.
- Silvio Berlusconi (Storico fondatore e Presidente): Laurea in Giurisprudenza.
Futuro Nazionale
- Roberto Vannacci (Presidente del Movimento): Laurea in Scienze Strategiche, Laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche, Laurea in Scienze Militari, Master di II livello in Scienze Strategiche.
Italia Viva (IV)
- Matteo Renzi (Presidente di IV): Laurea in Giurisprudenza.
Azione
- Elena Bonetti (Presidente di Azione): Laurea in Matematica e Dottorato di ricerca in Matematica.
- Mara Carfagna (ex Presidente): Laurea in Giurisprudenza.
Alleanza Nazionale (storico)
- Gianfranco Fini (ex Presidente di AN): Laurea in Pedagogia.
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