Nel corso di un recente intervento, Roberto Vannacci ha sollevato un’accesa discussione dichiarando apertamente: “Non esiste il femminicidio”. Una frase forte, che a un primo sguardo potrebbe sembrare una provocazione fine a se stessa, ma che in realtà introduce una riflessione più profonda sul concetto di giustizia, uguaglianza e certezza della pena nel nostro ordinamento.
Il principio dell’uguaglianza di fronte al reato
Il nucleo del discorso di Vannacci si basa su un principio cardine: la gravità di un reato non può e non deve dipendere da fattori identitari.
“Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce. Questa è la vera parità tra uomo e donna.”
Secondo questa visione, frammentare i reati in categorie specifiche (come il femminicidio) rischia di creare involontariamente una gerarchia nel valore delle vite umane. La tesi profonda dietro queste parole è che ogni omicidio va trattato allo stesso identico modo: la vita di una donna non vale più di quella di un anziano, di un uomo o di un bambino. Ogni vita spezzata rappresenta la medesima, identica tragedia e la giustizia non dovrebbe avere bisogno di etichette sociologiche o contesti specifici per applicare il massimo del rigore.
Oltre il “buonismo”: la necessità di una pena certa
La critica di Vannacci si sposta poi sul piano della risposta giudiziaria. L’omicidio è un crimine infame a prescindere da chi sia la vittima, e come tale richiede:
Nessuno sconto di pena: Stop alle attenuanti generiche o ai percorsi di clemenza che rischiano di sminuire la gravità dell’atto.
Zero buonismi: La giustizia deve applicare la legge con freddezza e determinazione, senza farsi influenzare dalle retoriche del momento.
La galera assicurata: La certezza che chi toglie una vita passerà il massimo del tempo possibile dietro le sbarre.
Una provocazione per ripensare la deterrenza
L’argomentazione centrale, dunque, suggerisce che l’unico vero modo per ridurre questi crimini efferati non sia l’introduzione di nuovi termini linguistici o di leggi speciali, bensì l’applicazione rigorosa e inflessibile delle norme già esistenti. Solo quando la certezza della pena diventerà un dato assoluto e invalicabile — per chiunque uccida chiunque — si potrà assistere a una reale diminuzione dei reati di sangue.
In quest’ottica, la vera “parità” si ottiene solo garantendo a ogni cittadino, senza distinzione alcuna, la stessa identica tutela e lo stesso identico rigore della giustizia.
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