UN POPOLO DI SANTI, POETI E NAVIGATORI
Un popolo di santi, poeti e navigatori. Questa celebre sintesi è scolpita sulla facciata del Palazzo della Civiltà Italiana, nel quartiere EUR di Roma, e l’iscrizione completa sull’edificio è ancora più ricca: “Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori”. Nel tempo la frase si è ridotta alle tre categorie più famose: santi, poeti e navigatori. Racconta la nostra indole creativa, la tendenza ad arrangiarci, la spiritualità e lo spirito di viaggio o di emigrazione.
Qualche giorno fa ho incontrato un mio vecchio amico che non vedevo da tempo. Mi ha sorpreso dicendomi che mi seguiva su CORRIERE FUTURO e condivideva le mie idee e il modo in cui le esprimevo. Strano. Ricordavo il mio amico come uno strenuo e instancabile fautore degli ideali dei Grandi del Novecento, da Antonio Gramsci a Palmiro Togliatti, da Enrico Berlinguer a Pietro Nenni e Giuseppe Di Vittorio. Per quale motivo avesse iniziato a interessarsi di quello che si diceva agli antipodi del suo credo politico, era un mistero. Io non glielo chiesi e lui non me lo disse. Mi parlò, invece, di un articolo che gli era piaciuto in modo particolare: era quello relativo alle riflessioni sulla norma delle molestie, quando da vittima si finisce sul banco d’accusa. Sì, mi ricordavo bene di quell’articolo (DURA LEX SED LEX…) che prendeva in esame l’art. 660 del Codice penale italiano, che “sanziona il reato di molestia o disturbo alle persone. La norma colpisce chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, oppure utilizzando strumenti digitali, arrechi disturbo a qualcuno per petulanza o per un motivo biasimevole”.
Mentre stavamo sorseggiando un caffè in un bar del centro, posò la tazzina, mi guardò dritto negli occhi e mi disse con un filo di voce: “Quando ho letto la parte riguardante la fattispecie dei soggetti A e B era come se tu avessi raccontato la mia storia! Incredibile! Avrei voluto chiamarti, ma avevo perso il tuo numero e non sapevo dove fossi finito!!! E oggi ti ho incontrato!!! Quando si dice la fortuna…”. Io gli misi una mano sulla spalla e risposi: “La fortuna, amico mio, non c’entra nulla. Le cose capitano perché lassù qualcuno ci ama”. Lui, nel popolo dei santi, poeti e navigatori, faceva parte di coloro che si dilettavano a comporre versi. E io ricordo che aveva partecipato a numerosi concorsi letterari, vincendo numerosi premi. Nonostante il suo indubbio talento, era rimasto, suo malgrado, una piccola stella baluginante nel variegato microcosmo della piccola editoria.
Mi raccontò la sua disavventura. Aveva conosciuto un tizio che si era presentato come un editore di una piccola casa editrice, il quale gli aveva promesso che, mettendo insieme il grande talento di uno e le conoscenze altolocate dell’altro, sarebbero andati a mietere dove le messi erano più rigogliose! Sì, gli disse proprio così! E il mio amico si convinse che, finalmente, era arrivato il suo momento!!! Pubblicò con questo tizio cinque raccolte di poesie e investì quasi ottomila euro. Eh sì, perché per andare a mietere dove i terreni erano fertili e produttivi bisognava investire, aiutare quel piccolo editore che da solo non ce l’avrebbe mai fatta… Il tempo passava, ma gli agognati campi su cui andare a mietere restavano una chimera. Il mio amico, resosi conto che troppe domande erano rimaste senza risposta, decise di chiedere spiegazioni con mail e telefonate, ma il tizio non rispose mai alle sue legittime richieste e, semplicemente, scomparve. Tempo dopo lo chiamarono i Carabinieri e gli dissero che quel tizio lo aveva querelato per molestie telefoniche e così venne rinviato a giudizio e dovette prendersi un avvocato per difendersi. Come si dice in questi casi: cornuto e mazziato! Io direi truffato e denunciato!
Sull’eventualità di rivedere il famigerato articolo 660 del Codice penale italiano mi sono già espresso con “DURA LEX SED LEX”. In questa sede vorrei affrontare, assieme al mio amico e a tutti voi, un’altra problematica. In Italia si contano quasi trenta grandi famiglie di professioni ordinistiche, tra cui:
Area giuridica ed economica: avvocati, notai, dottori commercialisti ed esperti contabili.
Area sanitaria: medici chirurghi e odontoiatri, infermieri (FNOPI), farmacisti (FOFI), psicologi.
Area tecnica e scientifica: ingegneri, architetti, geometri, agronomi e forestali, agrotecnici.
Altri settori: giornalisti, assistenti sociali, pedagogisti ed educatori professionali.
Per esercitare queste professioni, l’iscrizione al rispettivo albo è un requisito obbligatorio stabilito dalla legge. Bisogna essere in possesso di uno specifico titolo di studio, occorre superare l’esame di Stato di abilitazione e procedere all’iscrizione all’albo territoriale di competenza. Gli ordini verificano il rispetto del codice deontologico e possono applicare sanzioni disciplinari agli iscritti che commettono abusi o mancanze.
Ancora una volta mi sono avvalso dell’A.I. a cui ho fatto questa domanda: “In Italia esiste l’albo professionale degli editori?”. Risposta: “In Italia non esiste un albo professionale degli editori e l’attività editoriale è libera”. L’A.I. mi ha voluto aiutare approfondendo la questione. Al titolo REQUISITI PER DIVENTARE UN EDITORE dice: “Non servono lauree specifiche, esami di Stato o l’iscrizione a ordini o albi professionali per aprire una casa editrice o pubblicare libri e riviste. Per avviare l’attività servono l’apertura di una partita IVA, l’iscrizione al Registro delle Imprese presso la Camera di Commercio e l’attribuzione del codice ISBN per i libri. Al posto di un albo pubblico, il settore si affida ad associazioni volontarie di categoria che rappresentano gli editori: Associazione Italiana Editori (AIE), la principale e più antica organizzazione di categoria che riunisce gli editori italiani e stranieri, o ADEI (Associazione degli Editori Indipendenti), che è il punto di riferimento specifico per la piccola e media editoria indipendente”.
In Italia i piccoli editori sono tantissimi e quelli seri e coscienziosi sono tanti, costretti a muoversi in contesti difficili e problematici con mezzi talvolta modesti e inadeguati. Mi rivolgo a questo piccolo esercito di onesti lavoratori con affetto e stima e mi chiedo: se esistesse un albo professionale, non sarebbero più protetti e tutelati? Gli scrittori e i poeti implumi, armati solo del loro talento, non sarebbero al riparo anch’essi da biechi individui mossi soltanto dalla cupidigia? Io vorrei tanto che questo Bel Paese continuasse a essere un popolo di santi, poeti e navigatori e non diventasse il Paese dei truffati e dei truffatori.
Giampiero Gioannini