IL CAPORALE E IL GENERALE
Digito su Internet «caporalato» e riporto integralmente il risultato della mia ricerca.
Cos’è e come funziona il caporalato
Il caporalato è un fenomeno di intermediazione illecita e informale di manodopera a scopo di lucro, gestito da intermediari illegali, i caporali, che reclutano lavoratori approfittando del loro stato di bisogno.
- Intermediazione illegale: il caporale fa da tramite tra le aziende, spesso in agricoltura o edilizia, e i lavoratori, collocandoli al di fuori dei canali ufficiali.
- Controllo e ricatto: i lavoratori, spesso migranti o persone in condizioni di forte vulnerabilità, subiscono il monopolio dei trasporti, dell’alloggio e turni massacranti che possono arrivare fino a 14 ore al giorno.
- Condizioni di sfruttamento: vengono imposte retribuzioni bassissime, spesso la metà dei minimi contrattuali, la negazione di ferie e malattie, nonché la totale assenza di norme di sicurezza e igiene.
Il quadro normativo
- Articolo 603-bis del Codice penale: introdotto inizialmente nel 2011 e riformato in modo significativo dalla legge n. 199 del 29 ottobre 2016, disciplina il reato di «intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro».
- Criteri di punibilità: il reato si configura quando il datore di lavoro o l’intermediario approfittano dello stato di bisogno dei lavoratori, applicando retribuzioni sproporzionate, violando le norme di sicurezza o imponendo condizioni lavorative degradanti.
- Responsabilità d’impresa: dal 2016, il reato di caporalato è stato inserito tra i reati presupposto previsti dal D.Lgs. 231/2001 in materia di responsabilità amministrativa degli enti.
Quindi i «caporali» reclutano lavoratori, spesso migranti o persone in condizioni di forte vulnerabilità, e li controllano, li ricattano e li sfruttano.
Nel momento in cui FUTURO NAZIONALE ha iniziato a parlare di «remigrazione», qualcuno ha detto di voler vedere Roberto Vannacci a raccogliere i pomodori in Puglia, ad agosto, sotto il sole. Vorrei, se queste persone me lo consentono, fare una riflessione.
Iniziamo col dire che remigrare non vuol dire deportare, ma significa rimandare al loro Paese d’origine tutti coloro che non hanno alcun diritto di rimanere in Italia. Sono quelli che non hanno un regolare permesso di soggiorno, che hanno in tasca un foglio di espulsione, che vegetano nel variegato sottobosco dell’illegalità.
Per questi motivi sono, di fatto, vulnerabili, ricattabili e sfruttabili. Essi non fanno altro che alimentare in maniera esponenziale il microcosmo sommerso di imprenditori senza scrupoli che li fanno lavorare 14 ore al giorno, sette giorni su sette, per una paga da fame, senza alcuna garanzia, senza sicurezza e in assenza di qualsiasi diritto.
La piaga del caporalato è purtroppo diffusa più di quanto si pensi e mina le radici della nostra società, foraggiando anche la criminalità organizzata. Remigrare gli irregolari non è sicuramente la soluzione al problema, ma rappresenta un buon inizio. Rimandare a casa ottocentomila irregolari rappresenta, senza dubbio, un brutto colpo a questa bieca forma di intermediazione.
Un lavoratore extracomunitario in possesso di un regolare permesso di soggiorno, con la fedina penale immacolata, voglioso di lavorare onestamente e perfettamente integrato nel tessuto sociale, rappresenta una preda meno ambita, in quanto non è così facilmente ricattabile. E i cosiddetti «imprenditori» che si servono del caporale per reclutare manodopera disperata a bassissimo costo non avrebbero più la vita così facile.
La frase originale, contenuta nel capitolo 64 del testo sacro Tao Te Ching del filosofo cinese Lao Tzu, recita storicamente: «Un viaggio di mille miglia comincia con un solo passo».
Mi piace pensare che il Generale sia come quel mistico, filosofo e scrittore cinese antico del VI secolo a.C., fondatore del taoismo. Sì, mi piace pensare che con la remigrazione egli abbia compiuto il primo passo del suo viaggio di mille miglia; io non so dove lo porterà questo viaggio, ma certamente non lo condurrà in Puglia, in un assolato campo d’agosto a raccogliere pomodori.
La parabola dei ciechi è un famoso dipinto a tempera su tela realizzato nel 1568 da Pieter Bruegel il Vecchio e conservato al Museo di Capodimonte, a Napoli. Il dipinto mostra sei uomini non vedenti che camminano in fila lungo un argine. Il primo della fila è già caduto in un fosso. Gli altri compagni perdono l’equilibrio a catena, trascinati l’uno dall’altro.
L’opera illustra il celebre passo del Vangelo di Matteo, capitolo 15, versetto 14: «Se un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso». Rappresenta la cecità morale e spirituale dell’umanità. Simboleggia il pericolo di affidarsi a guide incapaci o prive di senno.
Mi piace pensare che il caporale e il bieco imprenditore che si affida a lui siano come i due ciechi della parabola. E così sia.
Giampiero Gioannini
Firma: Giampiero Gioannini
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